Prometeia: la grande possibilità dell'Italia dopo un quarto di secolo di stagnazione

Nel gennaio 2020 le prime notizie di un nuovo virus che si andava diffondendo in una lontana provincia della Cina non avevano destato particolari preoccupazioni. In poche settimane, invece, dalla Cina l’epidemia colpiva l’Italia, trascinando velocemente il mondo intero in uno scenario distopico, il più catastrofico in tempi di pace, per perdite umane ed economiche. “A un anno dallo scoppio della pandemia che ha sconvolto le nostre vite – scrive Prometeia, autorevole e prestigiosa società di consulenza, sviluppo software e ricerca economica - si può quindi tracciare un primo bilancio economico, ancora provvisorio. Tenendo, però, sempre in mente anche i costi in termini di vite umane, psicologici, sociali, le cui conseguenze segneranno a lungo tutti noi”. 
Abbiamo vissuto la peggiore recessione in tempi di pace, con una caduta di Pil mondiale stimata a -4.3% per il 2020 e di -8.9% per l’economia italiana. Le limitazioni all’interazione personale e i numerosi lockdown hanno bloccato molte attività economiche da marzo a maggio, producendo una contrazione del Pil del 17.9% rispetto al quarto trimestre 2019, cui è seguito un forte rimbalzo (+16%), la cui entità deponeva a favore della buona capacità di reazione dell’economia italiana, facendo ben sperare nella prosecuzione della ripresa nei mesi successivi.
Tuttavia, la forza della seconda ondata, prevista ma più grave delle attese nella sua capacità di mettere a nudo le fragilità dei sistemi sanitari e di prevenzione/tracciamento, ha richiesto nuovi ed estesi lockdown, tuttora in vigore, che hanno nuovamente bloccato numerose attività. Con una differenza sostanziale rispetto alla prima fase: ora le chiusure colpiscono solo le attività a più intensa interazione sociale, mentre lasciano operare tutte le altre, come industria, costruzioni, agricoltura innanzitutto; ma anche tanti comparti dei servizi. Gli effetti economici sono dunque più circoscritti, come conferma l’Istat nella sua prima release sul Pil del quarto trimestre, che avrebbe registrato una caduta “solo” del 2%.
Rispetto dunque ad alcune stime della scorsa primavera, che indicavano cadute del Pil anche del 14% per l’intero 2020, il crollo è stato meno intenso, malgrado la doccia fredda arrivata in autunno. Ciò nonostante, il bilancio è già così gravissimo.
 . “Nel corso dell’anno – riferisce Prometeia - sono stati persi 150 miliardi di euro di Pil, corrispondenti a 108 miliardi di consumi e a 16 di investimenti. Gli occupati sono 444mila in meno. Malgrado un impegno senza precedenti delle politiche economiche, da quella monetaria della Bce a quella di bilancio italiana, che ha varato misure espansive pari a 108 miliardi di euro, il 6.6% del Pil, il reddito disponibile delle famiglie stimiamo sia sceso di 30 miliardi di euro”.
La perdita di reddito è stata rilevante nella media ma soprattutto concentrata su alcune tipologie di lavoratori: innanzitutto, i lavoratori autonomi (-209mila quelli che hanno perso il lavoro), i giovani (-326mila) che non sono riusciti a entrare nel mercato del lavoro e ai quali non è stato rinnovato un contratto di lavoro a tempo determinato (-393mila), le donne (-312mila), più presenti nei settori più direttamente colpiti: cifre caratteristiche di questa crisi, benché la Cig sia stata allargata a tutte le categorie di lavoratori dipendenti (ha coperto quasi sei milioni di lavoratori “equivalenti” nei mesi di massimo lockdown) e siano stati previsti numerosi ristori dedicati a lavoratori autonomi, professionisti e altre categorie normalmente non tutelate.
Allo stesso tempo, come mai in passato, sono aumentati i risparmi delle famiglie (+131 miliardi di euro), perché il reddito di molti lavoratori non è stato intaccato (innanzitutto per i dipendenti pubblici, ma anche per molti lavoratori nell’industria e nei servizi) mentre i consumi sono stati compressi dai lockdown (non si è andati in vacanza, al ristorante, a teatro, facendo smart working si sono comprati meno vestiti), oltre che dalla paura del futuro. Sono dunque aumentate le famiglie in forte difficoltà, ma anche le famiglie con maggiori disponibilità liquide: emblema di come questa crisi abbia amplificato le disuguaglianze di reddito. Una disuguaglianza che è cresciuta in modo evidente anche nel mondo delle imprese, per le profonde asimmetrie a livello settoriale, territoriale, nella capacità di accedere alle agevolazioni statali.
Dunque un bilancio drammatico nella dimensione degli effetti ed eccezionale nelle modalità e articolazioni, frutto di una crisi che, originando non già da squilibri economici quanto da limitazioni all’interazione sociale, ha assunto caratteristiche del tutto diverse dal passato. “Ma proprio per questo – spiega Prometeia - anche l’uscita da questa crisi potrà essere diversa. Il presupposto ovviamente è che il processo di vaccinazione della popolazione prosegua il più speditamente possibile, anche per limitare la diffusione delle varianti del virus, così che, a partire dall’estate, con la bella stagione, i limiti possano essere via via rimossi e in autunno l’attività economica avviarsi verso la “normalità”. Non ci dovremo stupire se il rimbalzo, a quel punto, potrà essere anche vivace, così come accaduto nel terzo trimestre 2020”. Una “normalità” tuttavia difficilmente uguale a prima della crisi, non solo per le ripercussioni psicologiche e sociali, ma anche per molti aspetti più strettamente economici: dalle abitudini di consumo alle modalità di lavoro fino alla necessità di riallocazione e riconversione di molte imprese e lavoratori. 
In questa trasformazione sarà cruciale il modo in cui verranno spesi i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea nel programma Ngeu. All’Italia sono potenzialmente allocati 209 miliardi di euro, 81 sotto forma di trasferimenti a fondo perduto e 128 miliardi di prestiti. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che deve contenere i dettagli su quanti fondi verranno effettivamente richiesti e come verranno allocati, è in corso di definizione. Il nuovo governo Draghi lo sta rivedendo, rispetto alla bozza attualmente depositata in Parlamento, rendendo prematura una valutazione dei suoi impatti di breve e lungo termine sull’economia italiana. Ma questi fondi rappresentano certamente una occasione straordinaria perché il nostro Paese intraprenda quell’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, da molto tempo frenato da vincoli strutturali e da carenza di risorse. Che questo processo venga impostato sotto la direzione di Mario Draghi aumenta le possibilità di un’effettiva accelerazione nella crescita potenziale dell’Italia, dopo un quarto di secolo di quasi stagnazione.